10. terza puntata della mia storia: la casa nuova
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diario, il 11 gennaio 2010
Un'immagine segna la fine di questo periodo legato alla casa al n. 32 di via montegrappa (da cui passammo al n. 23): mio papà mi tiene a cavalluccio sulle spalle (avrò avuto 3 anni) e ci porta tutti a vedere i lavori non ancora finiti. Tutt'altra cosa questa casa, rispetto alla precedente: una villetta a pianta rettangolare, su un piano rialzato, tutta nostra, luminosa, con ampie stanze e un bel giardino con la ghiaia e le aiuole con palme nane. L'appartamento era di circa 200 mq, ma oggi apparirebbe stranamente ed irrazionalmente strutturato. L'aspetto più evidente di questa "irrazionalità" stava nel fatto che per 6 persone che ci abitavano (7 se contiamo la domestica a giornata) c'era un solo, inutilmente grande, bagno. Alla mattina era un disastro, dovevamo fare i turni, e per fortuna che la nonna era estremamente pudica nei confronti di mio padre per cui mai si sarebbe sognata di andare in bagno quando lui era in casa. Si serviva del vaso da notte. Anche di giorno.
Comunque questa era la composizione della casa: un ampio (anche questo, forse inutilmente) corridoio con il pavimento in palladiana colorata, una sala da pranzo dove non si mangiava mai, una grande cucina dove si mangiava sempre, una spazzacucina con lavello e porta con scala a chiocciola per la cantina, un salottino (chiamato anche tinello, la stanza più calda della casa in tutti i sensi), una camera da letto per la nonna, una per i miei genitori comunicante con quella per me e mia sorella, nella quale venne sistemato per una decina d'anni un lettino tra i nostri due per mio fratello. Sì, perché la stanza per Marietto non c'era, si direbbe che non ne fosse stata prevista la nascita, ma non lo credo. In realtà c'era un'altra stanza, che poi divenne la sua, ma era tanto strana, piccola, fredda, con un'intera parete a vetri e che era chiamata "lo studio", ma dove non studiavamo mai. Tutti noi facevamo i compiti nel salottino, ognuno in un suo angolo.
Uno degli aspetti più piacevoli di questa casa era che, a seconda delle stagioni, alcuni spazi subivano qualche cambiamento di destinazione o venivano opportunamente modificati. Così, per esempio, quando faceva molto caldo, all'ora di pranzo si portava la tavola della cucina in corridoio e si mangiava lì, al fresco. Alla sera, specialmente noi bambini che spesso mangiavamo prima dei nostri genitori, ci sistemavamo nel terrazzino su cui dava una finestra della cucina (sempre d'estate, s'intende). Poi c'era la cerimonia del "tolà" (penso stia per "tavolato") che veniva messo in cucina, all'inizio dell'inverno, a ricoprirne quasi tutto il pavimento. L'operazione veniva svolta da papà con l'aiuto della Rosina, la domestica: questo tolà era costituito di tre o quattro assi di legno che si incastravano una nell'altra (certe volte a fatica, e così si sentiva tirare qualche porco). Quando c'era il tolà, la cucina diventava immediatamente calda ed invitante, e spesso usavamo la tavola per farci i compiti. C'era però un risvolto negativo a primavera, quando lo si toglieva: si vedeva un intenso viavai di scarafaggi che evidentemente avevano "fatto razza" durante i tepori invernali.
Per non parlare del cambiamento dei materassi: tutti dormivamo su due materassi: uno di crine, più fresco anche se più duro, e l'altro di lana, e al cambio di stagione si invertivano tra loro. Insomma, ricordando anche l'importanza del cambiamento del vestiario di noi bambini, si può dire che l'avvicendamento delle stagioni veniva scandito concretamente e questo a me piaceva moltissimo, specialmente quando arrivava la primavera. Io non soffrivo granché il caldo, ma per esempio la nonna sì, così certe sere estive se ne usciva con propositi del tipo: "Mi stanote vago dormire in cantina" e non sono in grado di dire se l'abbia mai fatto veramente.Ma per quanto odiasse il caldo, ancora di più odiava l’unica forma di refrigerio, diciamo, naturale: il temporale. Ne parlava quasi con disprezzo, quasi se fosse una persona: "nol serve a gninte, dopo zé più caldo de prima". Il suo odio comunque era piuttosto una grande paura. Irrazionale, per lo più, lo riconosceva lei stessa: " me par de essare ‘ncora soto e bombe". E proprio come se fossero davvero bombe, ci faceva radunare nella parte più riparata della casa (il corridoio) con le candele pronte, sobbalzando ad ogni tuono, pregando e facendoci pregare insieme a lei. A nulla valevano, ovviamente, le nostre rassicurazioni (quando fummo in grado di farlo) consistenti nello spiegarle che il rumore era del tutto innocuo, indicava che tutto era finito. A quel punto lei la metteva sul razionale: "e se un fulmine cascasse sora ea casa?"
Il terrazzino su cui dava la finestra della cucina era quadrato e aveva dei gradini che portavano giù in giardino. Quando Mario era piccolo, un cancelletto evitava che potesse capitombolare giù per le scale. La presenza di questo terrazzino, tra l'altro, mi riporta ad un ricordo per me non particolarmente piacevole, riguardante il mio modo di parlare, che storpiava le parole: fatto che durò per vari anni (ma che i miei volentieri esageravano). Così, a qualcuno che mi chiese notizie sulla mia nuova casa, io risposi: "Ghe zé na teatéta che ada ò" che, tradotto dal dialetto, fa "C'è una terrazzetta che guarda giù". Fu una delle mie frasi più celebri, ma io ci restavo male, mi sentivo presa in giro.
Oltre all'appartamento c'era un seminterrato, chiamato sbrigativamente "cantina", ampio quanto la casa, con varie stanze: la prima cameretta, la cameretta del termo, la "lissiara", ossia una lavanderia, un ampio stanzone (chiamato "el magazìn") che serviva da ripostiglio generale, e infine il garage (pronunciavamo proprio come si scriveva: ga-ra-ge). Al seminterrato si poteva accedere da tre parti: dall'appartamento attraverso la scala a chiocciola, dal garage e da un altro portoncino che si poteva sprangare dall'interno. Il guaio di questo seminterrato (che persiste tuttora) era che in periodi particolarmente piovosi si allagava. Sicché, quando pioveva un po', la nonna e la mamma esclamavano scaramanticamente: "Basta che no vegna l'acqua in cantina!", e per questo motivo bisognava tenere sempre rialzate le cose che non si dovevano bagnare. Un pensiero in più.
Subito fuori dal portoncino con la spranga c'era il pollaio: sì, perché per alcuni anni abbiamo avuto delle galline che di giorno stavano rinchiuse in un recinto in un angolo del giardino: verso sera venivano fatte razzolare per l'intero giardino e poi: a nanna! nel pollaio al coperto di cui ricordo solo che c'erano dei pali smerdati di schitti dove le care bestiole si "ponavano" per la notte. Amavo molto la presenza di queste galline, animali strani con cui non si poteva mai entrare in confidenza e che anche facevano un po' paura per via del becco, ma che ci facevano (raramente! ed era una festa) trovare delle uova nella paglia e che almeno una volta ci hanno regalato dei tenerissimi pulcini.
Solo dopo parecchi anni cominciarono a girare animali "normali" per casa nostra. Inaugurò la serie un gatto bianco, Casimiro, sordo, di una mitezza anche eccessiva, che si limitava a mettersi a fianco di papà durante i pasti per farsi dare la mollica di pane a pezzettini. Sembrava mangiare solo quello, almeno, noi non gli davamo altro. Poi ci fu la piccola Alice, una sorianella bellissima che partorì due o tre gattini: in generale la sorte di tutti i gatti di casa nostra era di morire "stampati sull'asfalto". Poi ci fu Ambrogino e infine una specie di famigliola: la mamma (nera, nervosetta, chiamata Caterina Stecchetti per onomatopea) si fece montare da più di un gatto evidentemente, perché ne nacquero 5 di diverso colore; sicuramente si accoppiò col maschietto di casa, che noi credevamo fosse ancora troppo giovane per "combinare": l'adorato Bombaso, che non finì sull'asfalto, ma un giorno non tornò più; così nessuno pianse per la sua morte, perché la leggenda narra che egli sia ancora vivo.
Poi, i cani. Il primo e più importante fu Nicky, un bastardo di una certa eleganza, nero, tipo doberman. Era piuttosto male-educato, sicché abbaiava a chiunque entrasse, abbaiava furioso quando passava un prete o persona vestita di scuro; e appena vedeva uno spiraglio di cancello aperto, scappava. Una volta ci seguì fin dentro in chiesa. Il sacrista si arrabbiò un po', ma noi gli dicemmo: "el prova jù a ciaparlo!" Comunque, una vergogna!
Poi ci fu la Lola, una cocker color bianco e nero, molto dolce e docile, piuttosto emotiva: per l'eccitazione pisciava sui piedi di chiunque varcasse la soglia del cancello.
In giardino, nelle aiuole con le palme, c'erano anche dei roseti miracolosi che fiorivano per quasi tutto l'anno: rose di tutti i colori (le mie preferite erano le gialle e le bianche). Sul retro della casa invece il giardino era costituito da una striscia sottile che sarebbe dovuta servire da orto, ma che in realtà solo un anno o due venne coltivata a piselli: dei piselli così buoni come mai li potei trovare in seguito. Di fianco alla casa c'erano dei pioppi e un bersò di rampicante verde (o glicine?).
La cantina era un luogo importante per noi: il magazzino grande era un deposito di vecchi libri e quaderni: il garage con l'Ardea (che veniva usata solo di domenica) aveva un buon odore di benzina; la prima cameretta diventò, parecchi anni dopo, una stanza molto privata di noi figli, soprattutto d'estate, quando c'era un bel fresco in tutto lo scantinato. Unico GRAVISSIMO inconveniente era la presenza degli scarafaggi verso i quali noi ragazzi avevamo una vera e propria fobia. D'altra parte, nonostante la casa fosse nuova, ce ne trovavamo anche nell'appartamento. Al loro apparire, urla e fuggi fuggi di noi ragazzi, intervento sdrammatizzante di un adulto (eeh, par carità, par un scaravaso!) e sbam! uccisione istantanea dell'insetto mediante la classica ciabatta. Erano grandi e schifosi; la nonna una volta, dopo averne ucciso uno, disse "Che grando che'l gera, el ga fato un s'cioco che pareva de sarare un tacuìn!"
In famiglia si parlava dialetto, in modo direi integralista, nel senso che non c'era alcuna eccezione: nessuno di noi si sognava di introdurre nel discorso una parola, figuriamoci poi una frase, in italiano, come invece succedeva in altre famiglie. Era una specie di snobismo che faceva sì che si sbeffeggiasse (soprattutto da parte della nonna) quelli che, di madrelingua dialettale, se ne vergognavano un po' e cercavano di "nobilitare" il proprio linguaggio italianizzandolo qua e là: subito la nonna, ferocemente, memorizzava l'espressione che veniva poi riferita in ogni occasione. Degli esempi : una madre dice alla figlia: "per piacere, porta giù il bandone delle scolazze!"; dal casolino: "vorrei due etti di tuono"; "gnancora, sapete" dice la bambina impaziente di veder arrivare la processione; e ancora, dal fruttivendolo: "mi dia due gambe di salleno" e così via. Naturalmente era la nonna che parlava il dialetto più puro, lei, la "portellata", era quella che conosceva parole o espressioni che poi si sono perse. Per quanto mi riguarda, credo di essere stata una di quelli che se ne vergognavano un po', naturalmente in presenza di estranei, ed invidiavo la famiglia della mia amica Livia in cui i genitori parlavano tra di loro in dialetto, ma con i figli rigorosamente in italiano, convinti che ne traessero vantaggio a scuola. Ma in realtà sia io che i miei fratelli non abbiamo mai avuto problemi ortografici e in generale grammaticali di nessun tipo.