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14. L'interesse del paese per la riforma giudiziaria
post pubblicato in diario, il 13 gennaio 2010


 

Su, si faccia avanti qualche elettore del Popolo della libertà o di Berlusconi e dica onestamente, anzi giuri (lasciamo stare le teste dei figlioli) di avere votato pensando alla riforma della giustizia, in particolare alla necessità, anzi alla urgenza di fare un ddl sulla separazione delle carriere, di accorciare il periodo di tempo che permetta ad un ladro di tornare libero come se niente fosse, come se non avesse commesso niente di illegale; di impedire o limitare le intercettazioni, stabilendo in pratica che si possono usare solo quando si hanno già le prove della colpevolezza, cioè quando non servono più . O forse invece questo elettore di destra pensa che le cose che non funzionano nel sistema giudiziario siano altre, riguardino piuttosto il codice civile, i lunghi tempi che devono passare prima di venire risarciti, le grosse spese che si devono sostenere per un avvocato, per una causa anche quando si ha ragione? Mi sembra impossibile che ci sia ancora così tanta gente che si lascia imbrogliare con la massima ingenuità. E’ talmente evidente che Berlusconi pensa solo a sè stesso: altrimenti perché mai in questi giorni non parla d’altro che dei suoi guai giudiziari? E mai, neanche per sbaglio dei problemi del paese?

13. Le referenze della baby sitter
post pubblicato in diario, il 13 gennaio 2010


Possibile che nessuno sappia rispondere adeguatamente alle lamentazioni (stizzite) per la presunta persecuzione del Nostro da parte della magistratura? Possibile che tutti balbettino e cerchino di defilarsi per mancanza di argomenti?
Berlusconi dice. Sono 15 anni (più o meno) che la magistratura mi perseguita, passa al setaccio tutte le mie attività, i miei proventi, i miei affari; non l’ha mai fatto con nessuno, perché solo con me? E per gunta, sostengono i suoi lecchini, per presunti reati risalenti a prima della mia discesa in politica?
E’ un interrogativo a cui nessuno (almeno, a quanto mi risulta) ha mai risposto. Scusi, Presidente, ma se io devo assumere una baby sitter, sarà comprensibile, ma che dico doveroso che io mi informi sule sue capacità, sulla sua onestà, sulla sua affidabilità, insomma. In fondo le affido nientemeno che mio figlio! E non le pare che, paragonando (per un solo momento!) lei alla baby sitter in questione, mio figlio all’Italia e me alla magistratura, non le pare, dicevo che sia un mio diritto-dovere informarmi sulla ragazza, sulla sua onestà e affidabilità? I difensori d’ufficio del cav. obiettano: ma solo per lui questo trattamento persecutorio! E te credo: quale altro aspirante alla carica di capo del governo si è presentato con dietro una storia infinita di affari, talvolta anche mal-affari, legami con persone poco pulite ( per usare un eufemismo), situazioni in cui c’è un sospetto di reato di cui magari lui non è colpevole ma sicuramente coinvolto ? Dice: “ho dovuto subire non so quante migliaia di processi: e ne sono sempre uscito pulito!” Ma meglio! Ne uscirà pulitissimo anche questa volta. Che cos’ha da perdere? Farebbe una splendida figura.
A meno che non abbia qualcosa da nascondere. Questo può saperlo soltanto lui.


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12. L'informazione manipolata (MIP)
post pubblicato in diario, il 12 gennaio 2010


 

 

 

(Trascrivo un testo di qualche mese fa, all’epoca della manifestazione a favore della libertà d’informazione. Certi riferimenti o fatti - le casette dell’Abruzzo per esempio -  appariranno un po’ datati.)

"Non si farà nessun passo in avanti riguardo a certe questioni, se non si cerca di definire appropriatamente concetti e parole il cui significato si dà per scontato, mentre così non è. Esempio. Si gioca sul concetto di “libertà di stampa”, ma se non si fissano bene alcuni punti, tutti sosterranno (e sentiranno in buona fede di essere nel giusto) che è una sciocchezza. Un’invenzione della sinistra comunista, un’invenzione provocatoria. Ma non è così. Ed è qui che compare innanzitutto la prima esigenza di chiarimento del termine. Che cosa vogliono le “sinistre”? Vogliono sostenere che in Italia non c’è la libertà di dire quello che si vuole? Vogliamo confrontarla con l’Italia fascista?

No, non vale questo confronto. Non si devono porre così le questioni. Sono passati 85 anni, nulla è rimasto uguale. E se provassimo a chiamare in un altro modo questo attacco alla libertà di stampa? Per esempio “Manipolazione dell’ Informazione per condizionare il giudizio e il voto del cittadino”? (è’ troppo lunga, bisognerebbe ridurla ad un acronimo); ma pare che, mettendola in questo modo chiunque, in buona fede, credo che riconoscerebbe che di questo si tratta. Si tratta (e si è trattato) del famoso Editto Bulgaro contro Biagi che fu licenziato e quindi messo a tacere, contro Santoro che subì la stessa sorte; si tratta quotidianamente di telegiornali in teoria imparziali in quanto appartengono al servizio pubblico ma che in realtà manipolano le notizie in modo vistoso e sfacciato. Si tratta di vedersi spostata una trasmissione affinché il potere possa raccontare una verità anche quesata manipolata , tutta a favore del premier. Si tratta di fastidio e proteste contro trasmissioni - inchieste dell’unica rete libera (rai 3). Certo che scavando si trova il marcio: ma di chi è la colpa se il marcio straborda da tutte le parti’? Approfondiamolo, ne avremmo tutti un vantaggio. Un pentito ha rivelato la presenza di navi (NAVI!) forse cariche di rifiuti tossici lungo le coste calabre, e chissà dove altro ancora. Che fa il governo? Nulla. La notizia passa quasi inosservata. Il settimanale REPORT ne parla nel suo primo numero della stagione, e siccome è un settimanale che va a cercare la rogna, invece di plaudire a chi fa un’opera meritoria, si cerca di mettergli cento bastoni tra le ruote.

Gli esempi fatti riguardano tutti la TV. Perché (è ovvio, ma c’è chi fa finta di non saperlo) la maggioranza dei cittadini si affida, per sapere che cosa succede, alla tv, solo una minoranza alla carta stampata.

Tutto ciò potrebbe, almeno in parte, spiegare quello che a molti pare inspiegabile: l’elevato consenso raggiunto dal premier, nel paese, secondo i sondaggi che egli stesso cita fino alla nausea.. Visto il perrsonaggio, non stupirebbe che si trattasse di dati fittizi, ma insomma voti ne prende tanti, nonostante dica bugie e faccia false promesse a raffica. Ma si capisce che, se io accendo la tv, per esempio su Rete 4 ,e lo vedo entrare in una delle famose casette “piene di ogni ben di dio”, e vedo che ci insiste per ore, e non vedo NULLA che riguardi le proteste della stragrande quantità di gente che, al contrario, di ben di dio ne vede assai poco, anzi dovrà restare in una tenda all’addiaccio per mesi e inverni, come faccio io ad avere un’idea di quella che è la realtà? Va bene, mostratemi pure queste benedette casette, ma non tacetemi le proteste degli abitanti delle tende.

E questo non è un esempio di Manipolazione dell’Informazione a fini di propaganda? (MIP!)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

11. brandelli di un lungo sogno
post pubblicato in diario, il 11 gennaio 2010


Dopo aver subito un'operazione ho passato un periodo, per me eterno, in cui ho fatto sogni bellissimi e vividi. In uno, mia sorella Paola faceva la ricercatrice e ci trovavamo entrambe in una stanza buia chine su un pannello che come un acquario si affacciava su una vasca luminosissima occupata per gran parte da un planisfero coloratissimo e in continuo movimento. Come se fosse di una sostanza gelatinosa. Era una ricerca linguistico-internettistica, molto affascinante. La Paola stava bene, era up e io down. forse prigioniera di qualcosa, ma lei dalla sua superiorità mi guardava con molta benevolenza. l'aiutavo forse, non so. So che ad un certo punto si offrì come di ricompensarmi di qualcosa. Io le dissi: "Sono tante le cose che mi piacerebbero, ma in questo momento darei non so che cosa per un bicchiere di aranciata rossa". Sorrrise teneramente per il contenuto infantile della richiesta:. "non so quando" rispose " ma appena possibile ti farò arrivare una bella bottiglia di aranciata"

Sogno collegato più o meno palesemente col gran "sogno della zia Emma" sorella, solo nel sogno, della nonna Italia. Era una donna spuntata fuori dai tempi e dai luoghi remoti: inaspettata la sua esistenza. Fu sempre la Paola a scoprirla, come si scopre un ricordo creduto perso, o una parola dialettale dimenticata. Era una donna sulla settantina, ancora bella, viso lungo e capelli castani. Era straordinariamente intelligente e spiritosa, ogni sua parola era piena di arguzia e di vivacità. La vita della nostra città e della nostra comunità girava attorno a lei, era festeggiata dovunque andasse.La Paola aveva fatto un lavoro di raccolta delle sue frasi, per ognuna un foglietto che andava appuntato con puntine da disegno in un'immensa bacheca che occupava i vari spazi della storia: compresa la casa in centroamerica di Ed Bauer - personaggio della soap opera "Sentieri"- (bellissima casa, piena di vestiti variopinti appesi come nei negozi, più bellissimi mobili in stile coloniale). Era una casa che aspettava l'arrivo di una donna, amata da Ed e che era attesa da un momento all'altro, dopodichè si sarebbero sposati. Ma (come accade nei sogni) questa donna forse era la stessa zia Emma non ancora palesatasi. Fatto sta che Ed si mostrò subito innamorato della zia Emma, pur essendo molto più giovane. Era Emma la donna della sua vita che aveva aspettato tutta la vIta. Tutto è pronto per il matrimonio, quand'ecco che la zia Emma improvvisamente muore. Si sapeva (o no?) che era malata di cuore, ma porca miseria, dopo tutto questo lavoro. Basta, la città si ferma tutta per il cordoglio, da una finestra si vede la via di sotto buia e piena di gente che sfila con un lumino dei morti in mano (ricordo Cino). Rammarico, dolore, quasi rabbia per la perdita. Incapace di rassegnarsi la Paola con Memo e altri vuole in qualche modo inventarsi qualcosa di sostitutivo, di tipo sociale, ispirato al grande senso sociale e comunicativo della zia defunta. Così, di fronte al quadrivio accanto a casa mia mettono su un punto di ristoro di nome "Marrakech" con panini e bibite. Ma è pericoloso: gente cattiva potrebbe fare del male. Io sola lo so, ma non riesco ad avvertire nessuno, sono prigioniera, nessuno mi sente e nessuno mi crederebbe...

 


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10. terza puntata della mia storia: la casa nuova
post pubblicato in diario, il 11 gennaio 2010


Un'immagine segna la fine di questo periodo legato alla casa al n. 32 di via montegrappa (da cui passammo al n. 23): mio papà mi tiene a cavalluccio sulle spalle (avrò avuto 3 anni) e ci porta tutti a vedere i lavori non ancora finiti. Tutt'altra cosa questa casa, rispetto alla precedente: una villetta a pianta rettangolare, su un piano rialzato, tutta nostra, luminosa, con ampie stanze e un bel giardino con la ghiaia e le aiuole con palme nane. L'appartamento era di circa 200 mq, ma oggi apparirebbe stranamente ed irrazionalmente strutturato. L'aspetto più evidente di questa "irrazionalità" stava nel fatto che per 6 persone che ci abitavano (7 se contiamo la domestica a giornata) c'era un solo, inutilmente grande, bagno. Alla mattina era un disastro, dovevamo fare i turni, e per fortuna che la nonna era estremamente pudica nei confronti di mio padre per cui mai si sarebbe sognata di andare in bagno quando lui era in casa. Si serviva del vaso da notte. Anche di giorno.

Comunque questa era la composizione della casa: un ampio (anche questo, forse inutilmente) corridoio con il pavimento in palladiana colorata, una sala da pranzo dove non si mangiava mai, una grande cucina dove si mangiava sempre, una spazzacucina con lavello e porta con scala a chiocciola per la cantina, un salottino (chiamato anche tinello, la stanza più calda della casa in tutti i sensi), una camera da letto per la nonna, una per i miei genitori comunicante con quella per me e mia sorella, nella quale venne sistemato per una decina d'anni un lettino tra i nostri due per mio fratello. Sì, perché la stanza per Marietto non c'era, si direbbe che non ne fosse stata prevista la nascita, ma non lo credo. In realtà c'era un'altra stanza, che poi divenne la sua, ma era tanto strana, piccola, fredda, con un'intera parete a vetri e che era chiamata "lo studio", ma dove non studiavamo mai. Tutti noi facevamo i compiti nel salottino, ognuno in un suo angolo.

Uno degli aspetti più piacevoli di questa casa era che, a seconda delle stagioni, alcuni spazi subivano qualche cambiamento di destinazione o venivano opportunamente modificati. Così, per esempio, quando faceva molto caldo, all'ora di pranzo si portava la tavola della cucina in corridoio e si mangiava lì, al fresco. Alla sera, specialmente noi bambini che spesso mangiavamo prima dei nostri genitori, ci sistemavamo nel terrazzino su cui dava una finestra della cucina (sempre d'estate, s'intende). Poi c'era la cerimonia del "tolà" (penso stia per "tavolato") che veniva messo in cucina, all'inizio dell'inverno, a ricoprirne quasi tutto il pavimento. L'operazione veniva svolta da papà con l'aiuto della Rosina, la domestica: questo tolà era costituito di tre o quattro assi di legno che si incastravano una nell'altra (certe volte a fatica, e così si sentiva tirare qualche porco). Quando c'era il tolà, la cucina diventava immediatamente calda ed invitante, e spesso usavamo la tavola per farci i compiti. C'era però un risvolto negativo a primavera, quando lo si toglieva: si vedeva un intenso viavai di scarafaggi che evidentemente avevano "fatto razza" durante i tepori invernali.

Per non parlare del cambiamento dei materassi: tutti dormivamo su due materassi: uno di crine, più fresco anche se più duro, e l'altro di lana, e al cambio di stagione si invertivano tra loro. Insomma, ricordando anche l'importanza del cambiamento del vestiario di noi bambini, si può dire che l'avvicendamento delle stagioni veniva scandito concretamente e questo a me piaceva moltissimo, specialmente quando arrivava la primavera. Io non soffrivo granché il caldo, ma per esempio la nonna sì, così certe sere estive se ne usciva con propositi del tipo: "Mi stanote vago dormire in cantina" e non sono in grado di dire se l'abbia mai fatto veramente.Ma per quanto odiasse il caldo, ancora di più odiava l’unica forma di refrigerio, diciamo, naturale: il temporale. Ne parlava quasi con disprezzo, quasi se fosse una persona: "nol serve a gninte, dopo zé più caldo de prima". Il suo odio comunque era piuttosto una grande paura. Irrazionale, per lo più, lo riconosceva lei stessa: " me par de essare ‘ncora soto e bombe". E proprio come se fossero davvero bombe, ci faceva radunare nella parte più riparata della casa (il corridoio) con le candele pronte, sobbalzando ad ogni tuono, pregando e facendoci pregare insieme a lei. A nulla valevano, ovviamente, le nostre rassicurazioni (quando fummo in grado di farlo) consistenti nello spiegarle che il rumore era del tutto innocuo, indicava che tutto era finito. A quel punto lei la metteva sul razionale: "e se un fulmine cascasse sora ea casa?"

Il terrazzino su cui dava la finestra della cucina era quadrato e aveva dei gradini che portavano giù in giardino. Quando Mario era piccolo, un cancelletto evitava che potesse capitombolare giù per le scale. La presenza di questo terrazzino, tra l'altro, mi riporta ad un ricordo per me non particolarmente piacevole, riguardante il mio modo di parlare, che storpiava le parole: fatto che durò per vari anni (ma che i miei volentieri esageravano). Così, a qualcuno che mi chiese notizie sulla mia nuova casa, io risposi: "Ghe zé na teatéta che ada ò" che, tradotto dal dialetto, fa "C'è una terrazzetta che guarda giù". Fu una delle mie frasi più celebri, ma io ci restavo male, mi sentivo presa in giro.

Oltre all'appartamento c'era un seminterrato, chiamato sbrigativamente "cantina", ampio quanto la casa, con varie stanze: la prima cameretta, la cameretta del termo, la "lissiara", ossia una lavanderia, un ampio stanzone (chiamato "el magazìn") che serviva da ripostiglio generale, e infine il garage (pronunciavamo proprio come si scriveva: ga-ra-ge). Al seminterrato si poteva accedere da tre parti: dall'appartamento attraverso la scala a chiocciola, dal garage e da un altro portoncino che si poteva sprangare dall'interno. Il guaio di questo seminterrato (che persiste tuttora) era che in periodi particolarmente piovosi si allagava. Sicché, quando pioveva un po', la nonna e la mamma esclamavano scaramanticamente: "Basta che no vegna l'acqua in cantina!", e per questo motivo bisognava tenere sempre rialzate le cose che non si dovevano bagnare. Un pensiero in più.

Subito fuori dal portoncino con la spranga c'era il pollaio: sì, perché per alcuni anni abbiamo avuto delle galline che di giorno stavano rinchiuse in un recinto in un angolo del giardino: verso sera venivano fatte razzolare per l'intero giardino e poi: a nanna! nel pollaio al coperto di cui ricordo solo che c'erano dei pali smerdati di schitti dove le care bestiole si "ponavano" per la notte. Amavo molto la presenza di queste galline, animali strani con cui non si poteva mai entrare in confidenza e che anche facevano un po' paura per via del becco, ma che ci facevano (raramente! ed era una festa) trovare delle uova nella paglia e che almeno una volta ci hanno regalato dei tenerissimi pulcini.

Solo dopo parecchi anni cominciarono a girare animali "normali" per casa nostra. Inaugurò la serie un gatto bianco, Casimiro, sordo, di una mitezza anche eccessiva, che si limitava a mettersi a fianco di papà durante i pasti per farsi dare la mollica di pane a pezzettini. Sembrava mangiare solo quello, almeno, noi non gli davamo altro. Poi ci fu la piccola Alice, una sorianella bellissima che partorì due o tre gattini: in generale la sorte di tutti i gatti di casa nostra era di morire "stampati sull'asfalto". Poi ci fu Ambrogino e infine una specie di famigliola: la mamma (nera, nervosetta, chiamata Caterina Stecchetti per onomatopea) si fece montare da più di un gatto evidentemente, perché ne nacquero 5 di diverso colore; sicuramente si accoppiò col maschietto di casa, che noi credevamo fosse ancora troppo giovane per "combinare": l'adorato Bombaso, che non finì sull'asfalto, ma un giorno non tornò più; così nessuno pianse per la sua morte, perché la leggenda narra che egli sia ancora vivo.

Poi, i cani. Il primo e più importante fu Nicky, un bastardo di una certa eleganza, nero, tipo doberman. Era piuttosto male-educato, sicché abbaiava a chiunque entrasse, abbaiava furioso quando passava un prete o persona vestita di scuro; e appena vedeva uno spiraglio di cancello aperto, scappava. Una volta ci seguì fin dentro in chiesa. Il sacrista si arrabbiò un po', ma noi gli dicemmo: "el prova jù a ciaparlo!" Comunque, una vergogna!

Poi ci fu la Lola, una cocker color bianco e nero, molto dolce e docile, piuttosto emotiva: per l'eccitazione pisciava sui piedi di chiunque varcasse la soglia del cancello.

In giardino, nelle aiuole con le palme, c'erano anche dei roseti miracolosi che fiorivano per quasi tutto l'anno: rose di tutti i colori (le mie preferite erano le gialle e le bianche). Sul retro della casa invece il giardino era costituito da una striscia sottile che sarebbe dovuta servire da orto, ma che in realtà solo un anno o due venne coltivata a piselli: dei piselli così buoni come mai li potei trovare in seguito. Di fianco alla casa c'erano dei pioppi e un bersò di rampicante verde (o glicine?).

La cantina era un luogo importante per noi: il magazzino grande era un deposito di vecchi libri e quaderni: il garage con l'Ardea (che veniva usata solo di domenica) aveva un buon odore di benzina; la prima cameretta diventò, parecchi anni dopo, una stanza molto privata di noi figli, soprattutto d'estate, quando c'era un bel fresco in tutto lo scantinato. Unico GRAVISSIMO inconveniente era la presenza degli scarafaggi verso i quali noi ragazzi avevamo una vera e propria fobia. D'altra parte, nonostante la casa fosse nuova, ce ne trovavamo anche nell'appartamento. Al loro apparire, urla e fuggi fuggi di noi ragazzi, intervento sdrammatizzante di un adulto (eeh, par carità, par un scaravaso!) e sbam! uccisione istantanea dell'insetto mediante la classica ciabatta. Erano grandi e schifosi; la nonna una volta, dopo averne ucciso uno, disse "Che grando che'l gera, el ga fato un s'cioco che pareva de sarare un tacuìn!"

In famiglia si parlava dialetto, in modo direi integralista, nel senso che non c'era alcuna eccezione: nessuno di noi si sognava di introdurre nel discorso una parola, figuriamoci poi una frase, in italiano, come invece succedeva in altre famiglie. Era una specie di snobismo che faceva sì che si sbeffeggiasse (soprattutto da parte della nonna) quelli che, di madrelingua dialettale, se ne vergognavano un po' e cercavano di "nobilitare" il proprio linguaggio italianizzandolo qua e là: subito la nonna, ferocemente, memorizzava l'espressione che veniva poi riferita in ogni occasione. Degli esempi : una madre dice alla figlia: "per piacere, porta giù il bandone delle scolazze!"; dal casolino: "vorrei due etti di tuono"; "gnancora, sapete" dice la bambina impaziente di veder arrivare la processione; e ancora, dal fruttivendolo: "mi dia due gambe di salleno" e così via. Naturalmente era la nonna che parlava il dialetto più puro, lei, la "portellata", era quella che conosceva parole o espressioni che poi si sono perse. Per quanto mi riguarda, credo di essere stata una di quelli che se ne vergognavano un po', naturalmente in presenza di estranei, ed invidiavo la famiglia della mia amica Livia in cui i genitori parlavano tra di loro in dialetto, ma con i figli rigorosamente in italiano, convinti che ne traessero vantaggio a scuola. Ma in realtà sia io che i miei fratelli non abbiamo mai avuto problemi ortografici e in generale grammaticali di nessun tipo.

 

 

 

 

 

9. centri di accoglienza (o di concentramento)
post pubblicato in diario, il 10 gennaio 2010


Adesso, dopo aver saputo di cose di cui non sapevo nulla, mi sento in pieno diritto di essere informata di quanto mi succede intorno, vista anche la vergognosa figura che facciamo nel resto dell'Europa: come sono questi "centri di accoglienza" o di Concentramento come li chiama oggi Scalfari, quelli in cui sono stati trasportati i reietti di Rosarno? c'è un minimo di igiene e, in questa stagione, di riscaldamento? Lo so che, se anche si ammalano, non costituiscono un problema per nessuno, visto che ce ne sono sempre di liberi, a disposizione. Via uno, sotto un altro. Ma, ripeto, è una questione di brutta figura con il resto del mondo.

Già che ci siamo, avendo sentito dire che la politica dei "respingimenti" ha funzionato che è una meraviglia, che i "respinti" sono stati riaccompagnati a casa, in adeguati Centri di accoglienza per lo più libici (sì, libici, e la parola è tutto un programma), vorrei sapere come sono sistemati i nostri mancati concittadini, dopo che, come ragazzini che bruciano scuola, sono stati riaccompagnati dai genitori.


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8. Un altro pezzetto della mia vita: la nonna Italia
post pubblicato in diario, il 9 gennaio 2010


La nonna Italia Libera Domenica Libralon, nonna materna, era stata una donna bellissima, di una bellezza moderna, dai lineamenti leggermente asimmetrici. Quando nascemmo noi era già sulla sessantina e a quell'epoca le donne di quell'età si sentivano già vecchie e si vestivano da vecchie: indossava soltanto vestiti neri (bellissimi!) a piccolissimi disegni, e quando voleva essere un po' più elegante (per la visita di qualcuno o per farsi fare delle foto con noi) si metteva al collo un foulard bianco tenuto da una spilla. La pettinatura consisteva in uno chignon con una "cappa", ossia una banda di capelli (neri come l'ebano, fino a tarda età) a coprirle metà della fronte. Era di origini umili: aveva perso la mamma a 16 anni e più tardi l'amata sorella Ida. Di tutti questi personaggi, come del padre morto sotto un tram, parlava con molto amore e rimpianto. Si può dire che ci abbia insegnato lei la tenerezza e l'amore famigliare, anche se non sempre noi siamo stati buoni allievi.

Si sposò con un ufficiale postale piemontese, Severino Caligaris, e per questo, dopo il matrimonio, lasciò Padova per Asti, dove visse fino alla morte del marito, assieme ai tre figli: Elda, Mario e Maria, mia madre, la più piccola, orfana a 4 anni. Vedova a 40 anni, volle ritornare a Padova per ritrovarsi a casa: vi abitava infatti il fratello Piero, un uomo buonissimo e generoso, purtroppo sposato ad una donna dura e taccagna che la aiutò pochissimo. Mia madre parla del suo arrivo a Padova (che non era la sua città) con grande commozione, ricordando ancora vivamente la malinconia, il sentirsi spaesata di allora. E quando me ne parla associa a questo ricordo una canzone cantata da ragazzi (studenti?) padovani: "Canta pierrot..."

A Padova la nonna visse cercando di mantenere i tre figli facendo ogni sorta di lavoro; presto però poté contare sull'aiuto dei due figli più grandi che trovarono un impiego, anche se il maschio continuò con grandi sacrifici gli studi serali fino al diploma di geometra.

Nonostante tutte queste difficoltà, il carattere della nonna continuò a sorreggere la famiglia: sempre allegra, con una visione coraggiosa e positiva e perfino umoristica della vita.

Anche quando cominciò a vivere stabilmente con noi dopo la guerra, la sua persona divenne direi il perno dell'organizzazione domestico-affettiva. Oltre a stare fisicamente con noi nipotini, (i miei genitori lavoravano al negozio) ci invadeva di tenerezze, di racconti, di fiabe, poi, più grandicelli, di barzellette. Sì, perché si trattava di barzellette un po' da grandi, un po' volgari, ma esilaranti. In sostanza c'erano due filoni: il primo era quello del povero cristo che va in un albergo senza bagno e risolve in qualche modo il suo problema; l'altro era il filone che si faceva beffa della cultura, dei sapientoni: protagonisti erano sempre dei dottoroni che disquisivano sulla diagnosi "al volo" di un qualche passante dall'andatura strana, ed alla fine si scopriva che la ragione era di natura per lo più diciamo scatologica.

Ma quando eravamo piccole restavamo incantate dalle fiabe, che non erano poi tante, ma ci piaceva risentirle, ogni volta con qualche variazione. Andavano per la maggiore "L'uccellin belverde", "L'amor delle tre melarance", la fiaba del pomodoro, la fiaba delle frittole, di per sé spaventosa (la nonna si mangia la bambina), ma che lei ci raccontava modificata dal lieto fine.

I miei genitori, come ho detto, lavoravano entrambi in un negozio di calze: la "Casa della calza" appunto, che faceva parte, per così dire, di una piccola catena di negozi di abbigliamento, per lo più intimo, ognuno gestito da un componente della famiglia di mio padre. Era un negozietto piccolo (poi si ingrandì), ma grazioso, che aveva la sua forza in questa "specializzazione" che consisteva nel trattare solo ed esclusivamente calze (da uomo e da donna, ovviamente). Noi da piccole ci andavamo ogni tanto: io adoravo il registratore di cassa, ma ancor di più una olivetti nera "lettera 22", che ogni tanto mio padre ci lasciava usare.

(2. continua)

 

 


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7. Bersani!
post pubblicato in diario, il 9 gennaio 2010


Bisogna ripeterlo a gran voce, se necessario gridarlo, che il partito deve parlare con la base e ascoltare la base. Mi sembra che questo - del silenzio, dei segreti - sia il difetto più grave. Che si sta aspettando? Bersani dà l'impressione di pensare che "c'è tempo, adesso faremo, con calma" La calma dei nervi distesi. Ma non c'è molto tempo! Bisogna muoversi, se non altro come segnale per gli elettori. Perché Bersani non mostra - non timidamente, ma anzi con forza - un po' di autorità? Va bene che bisogna ascoltare tutti nel partito, ma poi (che diceva in vista delle primarie?) si deve uscire con una voce sola, autorevole. La sua.

E poi, è ora di finirla col considerare D'Alema il caprio espiatorio di tutte le disgrazie! E' una polemica sterile e falsante. Che tende a dimenticare quanto ha fatto quando era al governo e ministro degli esteri, la dignità di certe sue decisioni, l'intelligenza e la lucidità delle sue proposte. Ma già, è facile e di moda incolparlo di "spianare la via a Berlusconi" (ma quando mai?) financo di parlargli, come se stessero a complottare. Anche la base ha le sue colpe, bisogna cercare di essere più uniti anche fra di noi, senza cedere alla tentazione di vedere demoni e fantasmi ovunque.


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6. Perché Silvio Berlusconi
post pubblicato in diario, il 9 gennaio 2010


Uno dei grandi misteri che disturbano il sonno di noi brava gente illuminata è il grande consenso di cui gode il nostro. Gode e godrà, non se ne vede la fine, nonostante ad ogni evento più o meno inquietante lo si dia improvvidamente per quasi-spacciato. Politicamente, ovvio (la precisazione è prudente). Naturalmente non parlo di chi lo vota o lo acclama per una sincera e ragionata approvazione, e che, interrogato, dimostra di avere dei motivi concreti per votarlo. Parlo degli irriducibili disposti a farsi squartare piuttosto di vedere i suoi errori, la sua sguaiataggine, le sue bugie, la sua aggressività da lui esaltata come se fosse un pregio (la chiama "avere le palle", che fa il paio col celodurismo leghista) insomma la sua arroganza; per non parlare della sua scarsa capacità di governare, che forse è il suo difetto più serio.

E' una forma di innamoramento. Quando ci si innamora perdutamente di qualcuno, qualcuno di "sbagliato", non si ascoltano le voci che ci mettono in guardia da chi non merita nessuna fiducia, perché in qualche modo si mette qualcosa di noi in questo rapporto, qualcosa di noi che ci è molto caro: la nostra identità (o meglio, parte di essa) Sicché noi diventiamo, ai nostri medesimi occhi, come una summa di caratteristiche: esempio: io sono fatta di: 1) passione per il cinema, 2) amore insopprimibile per la cioccolata, 3) id per Proust, 4) Stephen King...e mi affeziono a questi miei amori. Se "mi passa" uno di questi elementi costitutivi, crolla una parte di me. Quanto più forte era l'"innamoramento" tanto più dolorosa sarà la perdita del nostro amore, della nostra propensione. Come fa una persona che ha a suo tempo investito tanto della sua affettività in un uomo che all'inizio si mostrava amabile, sorridente, innamorato a sua volta della gente che lo amava, lo voleva toccare come fosse un santo (e qui c'è anche una questione di petitio principii), come fa costui ad accettare l'idea di essersi sbagliato, di aver preso per vere quelle che erano clamorose bugie? Probabilmente non si accorgerà neanche del cambiamento, del suo sorriso trasformato in ghigno rabbioso solo con chi non la pensa come lui. Ecco perché trasmissioni tipo "annozero" non spostano un voto che sia uno, anzi, vengono rifiutate dai fedelissimi, che diranno che si tratta di mera propaganda, sono i giudici che sono contro di lui, sono i comunisti che hanno la faccia aggressiva e che insultano tutti. Non è facile lavorare per fargli cambiare idea. Ma il primo passo non dovrebbe essere una gara a chi ha la testa più dura, non è con la forza che si ottengono risultati in questo caso, ma con una sorta di "friendly persuasion". Fortunatamente, per riprendere il paragone con l'innamoramento, anche gli amori più tenaci spesso muoiono di morte propria.

Del filmato sull'aggressione mi ha colpito un pezzo girato prima del fatto, in piazza, in alcuni punti lontani dal palco. C'era un bel po' di gente, non giovanissima, tutt'altro, che si insultava e gridava gli uni contro gli altri: Sei un fascista! no, sei tu che vorresti impedirmi di ascoltare Berlusconi! ed altri argomenti analoghi. Sono andata varie volte a dei comizi, anche in tempi bui, eppure non ricordo di avere mai visto scene simili: gente che si insulta per il solo fatto di essere vicino all'amato o all'odiato Berlusconi. A questo ci ha portato il berlusconismo.


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permalink | inviato da franz90_01 il 9/1/2010 alle 15:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
5. Spatuzza
post pubblicato in diario, il 9 gennaio 2010


E' curioso, ma in definitiva non sorprendente, come certe affermazioni contengano in sé anche il loro contrario. Si dice: Spatuzza è creduto solo quando tira in ballo B. Ma non è pur vero anche il contrario? Cioè che in questa circostanza è Filippo, Filippo Gravaglio, il non-pentito, il boss tutto di un pezzo, le cui affermazioni non contengono neanche nel tono della voce la verità, è lui quello cui si dà il massimo credito'? Il suo stile è negare, negare tutto, in pure stile mafioso : "nienti sacciu" , mai conosciuto dell'Utri, figurarsi Berlusconi.

 




permalink | inviato da franz90_01 il 9/1/2010 alle 14:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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